Si parla ancora di “arte povera”

Germano Celant alla fine degli anni Sessanta:

Prima viene l’uomo poi il sistema, anticamente era così. Oggi è la società a produrre e l’uomo a consumare. Ognuno può criticare, violentare, demistificare e proporre riforme, deve rimanere però nel sistema, non gli è permesso di essere libero. Creato un oggetto, vi si accompagna. Il sistema ordina così. L’aspettativa non può essere frustrata, acquisita una parte, l’uomo, sino alla morte, deve continuare a recitare. Ogni suo gesto deve essere assolutamente coerente con il suo atteggiamento passato e deve anticipare il futuro.Uscire dal sistema vuol dire rivoluzione. Così l’artista, novello giullare, soddisfa i palati colti. Avuta un’idea vive per e su di essa. La produzione in serie lo costringe a produrre un unico oggetto che soddisfi, sino all’assuefazione, il mercato. Non gli è permesso creare e abbandonare l’oggetto al suo cammino, deve seguirlo, giustificarlo, immetterlo nei canali, l’artista si sostituisce così alla catena di montaggio. Da stimolo propulsore, da tecnico e specialista della scoperta diventa ingranaggio del meccanismo. Il suo atteggiamento è condizionato a offrire solo una correptio del mondo, a perfezionare la struttura sociale, mai a modificarla e a rivoluzionarla. Pur rifiutando il mondo dei consumi, si trova a essere un produttore. (“Appunti per una guerriglia” – Flash Art n° 5, 1967)

 

Con questa accezione Celant identifica quegli artisti che lavorano materiali di scarto: carta, stracci, ferro, zinco, pietra; inusuali per le composizioni artistiche, salvo che per alcuni scultori. Ma la portata innovativa dell’Arte Povera risiede nella forma in cui tali materiali sono plasmati. Non si crea con una struttura mimetica, né astratta: l’Arte Povera realizza una fusione tra causalità (o fatalità) della Natura e arbitrio umano. In altri termini, quando si piegano allo spirito creativo materiali apparentemente inutilizzabili, e quando questi vengono plasmati dall’usura del Tempo e manipolati da una logica umana concreta si parla allora di Arte Povera.

 

Ecco allora che “i poveristi” si appropriano di carta, stracci, materiali lasciati all’incuria, ma soprattutto permettono che nelle loro opere riecheggino altre discipline scientifiche: l’antropologia, l’alchimia, la psicanalisi, la biologia, tutte categorie della conoscenza che affiancano la Storia dell’Arte.

Il critico mutua dal teatro di Grotowski e la teoria del movimento, afferma che l’arte povera si manifesta essenzialmente “nel ridurre ai minimi termini, nell’impoverire i segni, per ridurli ai loro archetipi”

 

“Nel 1971 Celant decreta la fine del movimento a favore dell’esperienza dei singoli artisti che sviluppano propri specifici percorsi con particolari sensibilità verso l’uso dei materiali, i dispositivi concettuali, la disgregazione e ricomposizione delle forme, le pratiche comportamentali, il fare poetico e tutto ciò che concorre a determinare quel che oggi appare a sua volta un modo convenzionale di intendere l’arte contemporanea.” (fonte non rintracciata)

Stupisce quindi quanto sta accadendo: non solo una celebrazione, potrei arrivare ad ipotizzare un ripensamento sulla fine del movimento da parte di colui che ha coniato le parole con cui il movimento è vissuto.

 

Apre il 25/10 alla Triennale di Milano la mostra antologica “Arte Povera 1967-2011” curata da Celant.
La mostra si articolerà in otto diverse sedi: oltre a Milano (fino al 29 gennaio), “Arte Povera 1968” al MAMbo di Bologna fino al 26/12, “Omaggio all’Arte Povera” al MAXXI di Roma fino all’8/1, “Arte Povera International” al Castello di Rivoli fino al 19/2, “Arte Povera in città” alla GAMEC di Bergamo fino ad aprile 2012, “Arte Povera + Azioni povere 1968” al Madre di Napoli fino ad aprile 2012, “Arte Povera alla GNAM” alla GNAM di Roma fino a marzo 2012, “Arte Povera in teatro” alTeatro Margherita di Bari fino all’11/3.

Consolante navigando tra blog e forum che discutono del mega evento trovare chi come me si pone degli interrogativi:

di alberto esse

“Una domanda a proposito della mostra

Arte Povera 1967-2011 alla Triennale di Milano

Posto che uno dei tratti maggiormente connotanti l’arte contemporanea è che essa è figlia ed espressione del proprio tempo e che in particolare questo assunto vale per l’Arte Povera legata indissolubilmente ad un periodo storico, tra la fine degli anni ’60 e gli inizi degli anni ’70, del tutto peculiare se non unico, è criticamente e storicamente corretto definire appartenenti all’Arte Povera, opere, ho detto opere quindi non parlo di autori o influenze, concepite e realizzate negli anni ’80, ’90 o addirittura fino al 2010, in un contesto storico, quindi culturale ed artistico, totalmente altro?
Dato che lo stesso Celant, agli inizi degli anni ’70, ha decretato la fine del movimento e giustamente nel manifesto del 1967 poneva il problema dell’artista “costretto a produrre un unico oggetto che soddisfi fino all’assuefazione il mercato”, non crede che presentare come opere di Arte Povera lavori, pur degnissimi, ma prodotti con 30 o 40 anni di ritardo non sia come se presentassimo come opere dada o come opere surrealiste o impressioniste o futuriste lavori creati decenni dopo la fine di questi movimenti?
(http://www.officinedellimmagine.it/forum)

 

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