Quando ci fermiamo nei Non-luoghi

Non luoghi è parte del titolo di un testo di Marc Augé, Non-lieux, introduction à une anthropologie de la surmodernité.

Augé definisce i non-luoghi in contrapposizione ai luoghi antropologici, quindi tutti quegli spazi che hanno la prerogativa di non essere identitari, relazionali e storici. Fanno parte dei non-luoghi sia le strutture necessarie per la circolazione accelerata delle persone e dei beni (autostrade, svincoli e aeroporti), sia i mezzi di trasporto , i grandi centri commerciali, i campi profughi, eccetera. Spazi in cui milioni di individualità si incrociano senza entrare in relazione sospinti o dal desiderio frenetico di consumare o di accelerare le operazioni quotidiane o come porta di accesso ad un cambiamento (reale o simbolico). I non-luoghi sono prodotti della società della “surmodernité”, incapace di integrare in sé i luoghi storici confinandoli e banalizzandoli in posizioni limitate e circoscritte alla stregua di “curiosità” o di “oggetti interessanti”. Simili eppure diversi: le differenze culturali massificate, in ogni centro commerciale possiamo trovare cibo cinese, italiano, messicano e magrebino. Ognuno con un proprio stile e caratteristiche proprie nello spazio assegnato. Senza però contaminazioni e modificazioni prodotte dal nonluogo. Il mondo con tutte le sue diversità è tutto racchiuso lì.(Wikipedia)

 

Gli artisti usano i non-luoghi da sempre. Anche se una definizione antropologica ci viene data solo nel 1992 anno di pubblicazione del libro.

Un artista che già dai primi anni Settanta sottolinea con le sue opere è il modenese Franco Vaccari. 

Dalla sua presenza alla Biennale di Venezia del 1972 usa le Photomatic (Dedem) dislocate, come tutti sapranno, nei luoghi di passaggio; posti in cui nessuno va per fermarsi a  riflettere. Ma la presenza di di quella macchina e dell’invito dell’artista hanno creato un feed-back, un momento di rottura.

Negli anni molti sono stati gli artisti che hanno lavorato nei non luoghi e che continuano a farlo.

Jean Michel Basquiat, Keith Haring e i graffitisti americani degli anni Ottanta.

Da allora, e non solo, chi desidera esprimersi continua a farlo anche sulle pareti di questi non luoghi che anche così acquistano, in qualche modo, un senso.

(foto tratte da http://www.google.com/imgres)

 

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